Pino Pinelli (1938)

 


OPERE DI PINO PINELLI

Pino Pinelli nasce a Catania nel 1938, dove avviene la sua prima formazione artistica, attraverso studi specifici, e dove ottiene i primi riconoscimenti del suo operare e ricercare. Giovanissimo si trasferisce a Milano – sono i primi anni ‘ 60 – che in quel periodo è particolarmente ricca di fermenti culturali e dove il dibattito artistico dominato dalla presenza di Fontana, Manzoni, Castellani, Bonalumi, Dadamaino, Colombo… è molto stimolante per un giovane, che dalla iniziale attrazione emotiva per i colori e le forme dovrà compiere una scelta consapevole e definire un proprio progetto di vita e un percorso di lavoro. Tutto ciò che fino al quel momento aveva avuto, per lui, le caratteristiche di un atto sperimentale attraverso il fare pittorico, diventa una riflessione cosciente su come intervenire per modificare il dato iniziale e accostarsi all'essenza della pittura.

 

In questa fase di riflessione e di ricerca, in cui tenta di creare un nesso fra tradizione e innovazione, tutta la sua attenzione è rivolta alla superficie, al "vibrato", allo "stato ansioso" della pittura, per cercare una profondità e attraversarla. Appartengono a questo periodo la serie delle Topologie (Alterazione del rettangolo, 1971; Punti molli, Alterazione del segmento, 1972) e la serie dei Monocromi, 1973 – 1975, la cui superficie, inizialmente delimitata da una sottile linea di confine esplicita o intuitiva, appare mossa da una inquietudine, da un movimento percettivo che sembra quasi il respiro della pittura.

 

 

Queste esperienze, in cui l'artista si esprime con tele di grandi dimensioni, lo collocano a buon diritto nella corrente che Filiberto Menna denominò "Pittura Analitica"; ma nel 1975, investito da una crisi che metteva in discussione il suo ruolo di artista europeo, che si sentiva schiacciato dal peso della storia, da ciò che c'era stato nel passato in Europa e particolarmente in Italia, è indotto a cercare un nuovo senso della pittura, a pensare la pittura piuttosto che farla. La riduzione della dimensione dell'opera diventa citazione del concetto stesso di pittura. Nel 1975, invitato da Giorgio Cortenova a Rimini, alla mostra "Empirica" Pinelli compie il primo strappo dal monocromo e con la presentazione di una piccola opera, dove alla tela ha sostituito la pelle di daino, si allontana dall'idea di quadro e di superficie dipinta, individuando un nuovo campo di indagine.

 

Scrive Giovanni Maria Accame nel volume monografico "Pino Pinelli, continuità e disseminazione" (Lubrina editore, Bergamo 1991, pag.16):

 

"Su queste pelli di daino naufraga, per Pinelli, la concezione di una pittura che riconosce come propria sede l'area delimitata del quadro. Si apre al contrario la prospettiva di una pittura in perenne migrazione, nell'interminabile spazialità fenomenica. Un'uscita dal quadro che non è negazione della pittura, ma una sua differente concezione. Diversamente inseguita ed essa stessa inseguitrice di uno spazio sempre assorbente e mai compiuto, la pittura si contrae per espandersi sembra negarsi ma per potersi ancor più affermare."

 

Da questo punto nodale prende il via la stagione della "Disseminazione" dove la pittura, ridotta a frammenti si colloca, quasi mimando il gesto del seminatore, sulla parete in una sintesi tra spazio e pittura che forma un "unicum". I frammenti sempre monocromi subiranno nel tempo delle variazioni, passando da forme modulari rigorose (1976) ad altre che sembrano gonfiarsi per una sorta di dilatazione energetica (1984) fino alle "scaglie", caratterizzate dalla leggerezza come fossero la pelle della pittura (1986) e alle successive che hanno riacquistato una maggiore consistenza corporea.

 

In una conversazione del 1993, sollecitato da alcune domande dello stesso Accame, l'artista dichiara:

 

"La disseminazione-scansione diventa disseminazione-invasione, che si esibisce in tutta la sua timbricità sonora, nella sua seduzione tattile, nel rimando da un elemento all'altro, nella continuità e infinità dello spazio. … Questa assenza del limite mi dà una spinta creativa straordinaria, mi consente di esprimere la mia totalità di uomo e di pittore, che si porta dentro l'esperienza della luce, del colore, delle arsure, delle scabrosità della sua identità mediterranea. Nel dipingere la mia pittura si autogenera, la pennellata si solidifica, si dà un corpo, amplia dall'interno le possibilità del dipingere. … Faccio pittura plasmando con le mie mani la materia e il colore, creando con gesto pittorico il suo corpo solido, facendo in modo che la pittura si autosignifichi. Dei suoi canoni costitutivi ho abbandonato alcuni elementi rassicuranti, la tela e il telaio; ho mantenuto invece il legame con lo spazio non circoscritto, illimitato, con la forma e il colore. Tento un viaggio verso lo spazio infinito, conservando il concetto della pittura e ampliantone i confini e le competenze".


(Da Wikipedia)


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